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Tu fai la pizza. Il cliente se lo tiene la piattaforma.

Deliveroo davanti a Just Eat e Glovo nella classifica di popolarità online. Per chi gestisce un ristorante, la domanda è cosa rimane dopo ogni ordine.
Data di pubblicazione
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Autore
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Michael Seveso Tomasini
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Tempo di lettura
Tempo di lettura
5 min
5 min

Il cliente mangia la tua pizza, tu lavori e la piattaforma gli scrive per farlo ordinare di nuovo.

Magari ancora da te. Magari dal locale accanto.

La cucina è tua. Il personale lo paghi tu. Se il prodotto arriva male, sulla confezione c’è il tuo nome. Ma quando quella persona avrà di nuovo fame, il primo posto in cui tornerà potrebbe essere l’app attraverso cui ti ha trovato.

È qui che il delivery smette di essere soltanto una questione di consegne e commissioni. Diventa una questione di rapporto con il cliente. E di quanto controllo hai davvero sulle vendite del tuo locale.

La notizia da cui partire è questa. Nella classifica di ottobre 2026 di Ecommerce Italia, realizzata da Casaleggio Associati, Deliveroo occupa il primo posto nel comparto alimentare, davanti a Just Eat e Glovo.

Prima di trasformarla nell’ennesimo titolo sui giganti che si mangiano la ristorazione, però, leggiamola bene.

La rilevazione comprende 12.929 imprese, considerando tutti i settori analizzati. La graduatoria usa un algoritmo proprietario che elabora stime di traffico dei siti e altri parametri. Misura la popolarità online secondo quei criteri, senza valore statistico, ed esclude i dati delle app mobili.

Non è una classifica del fatturato, degli ordini o delle quote di mercato. Quindi non dimostra che Deliveroo venda più degli altri in Italia. E, in un settore in cui le app sono una parte importante dell’esperienza, il perimetro conta parecchio.

Resta un elemento interessante. I primi tre posti del comparto sono occupati da piattaforme che mettono in contatto domanda e offerta.

Da qui parte la mia lettura imprenditoriale. Chi cucina deve chiedersi quanto riesce a farsi scegliere anche fuori da quella vetrina.

Il cliente, ovviamente, non appartiene a nessuno. Ma il rapporto commerciale puoi coltivarlo tu oppure lasciarlo quasi interamente nelle mani di chi gestisce l’accesso.

La piattaforma ti porta lavoro. Ed è giusto riconoscerlo.

Un ristorante può raggiungere persone che da sole non avrebbero cercato il suo nome, accedere a un sistema di ordinazione già familiare e, quando il servizio lo prevede, utilizzare una rete di consegna.

Tutto questo ha un valore. Chi lo liquida come un furto sta saltando metà del ragionamento.

Prova a costruire da zero la stessa combinazione di visibilità, pagamenti, assistenza e organizzazione. Servono soldi, tempo e competenze. Per molte attività, soprattutto all’inizio, entrare in una piattaforma può essere una scelta sensata.

Il problema nasce quando diventa l’unica scelta.

Quando l’intero progetto delivery si riduce a caricare il menu e aspettare che suoni il tablet, il locale sta affidando a qualcun altro una parte importante del proprio sviluppo.

Funziona finché gli ordini arrivano a condizioni sostenibili. Ma se cambiano i costi, la visibilità o la convenienza delle promozioni, quanto margine di manovra rimane?

Una cucina può essere piena di lavoro e avere pochissimo potere commerciale.

Ti ha scelto o ti ha trovato?

Immagina una persona sul divano, alle nove di sera. Apre un’app, guarda cosa consegna nella sua zona, confronta prezzi, tempi, fotografie e offerte.

Poi sceglie il tuo locale.

Hai venduto. Bene. Ma non sai ancora quale sia stato il vero motivo della scelta.

Potrebbe aver cercato proprio te. Oppure potresti essere stato il compromesso migliore tra fame, prezzo e attesa. Sono due situazioni diverse, anche se sul tablet compare lo stesso ordine.

La prima indica una preferenza per il tuo brand. La seconda è un’occasione per costruirla.

Se il prodotto è riconoscibile, arriva bene e mantiene la promessa, quella persona può ricordarsi di te. Se trova una proposta indistinguibile dalle altre, la volta successiva potrebbe ripartire dal confronto.

Ecco perché il posizionamento entra anche nel delivery. Una pizza generica, descritta con parole generiche e fotografata male, finisce facilmente nella gara del prezzo.

Una proposta chiara dà al cliente un motivo per cercare il tuo nome. Non garantisce che lo farà, ma almeno comincia a costruire una preferenza che può durare oltre lo sconto.

Il fatturato arriva. Il margine va controllato.

Il suono del tablet dà soddisfazione. A fine serata vedi gli ordini e pensi che il canale stia funzionando.

Poi bisogna capire cosa hanno lasciato.

Consideriamo un esempio inventato, senza attribuirlo alle condizioni di nessuna piattaforma. Su una vendita con ricavo netto di 25 euro, ipotizziamo 8 euro di materie prime, 1 euro di confezionamento e 7 euro tra commissioni e altri costi del canale.

Restano 9 euro prima di considerare personale, struttura e tutte le altre voci non ancora conteggiate.

Se una promozione aggiunge altri 3 euro a carico del locale, ne restano 6. Gli ordini possono aumentare mentre il contributo di ogni vendita si assottiglia.

Quei numeri cambiano per ogni attività. Il metodo, però, dovrebbe essere normale amministrazione.

Bisogna sapere quanto lascia un ordine, quanto costa lo sconto e cosa succede alla cucina quando il delivery si concentra nell’ora di punta.

Perché se per evadere ordini poco remunerativi rallenti la sala, devi considerare anche quel danno. La singola vendita sul tablet non racconta tutta la serata.

Questo non significa che il delivery debba sostenere da solo tutti i costi del ristorante. Significa capire quali costi aggiunge, quale margine porta e quali altre vendite potrebbe ostacolare.

Anche vendere direttamente ha un costo

Qui arriva il consiglio che si sente spesso. Basta fare un sito e togliere le commissioni.

Magari fosse così facile.

Il sito va trovato. Il sistema di ordinazione va pagato e gestito. I pagamenti hanno dei costi. Qualcuno deve rispondere quando manca un prodotto, salta una consegna o il cliente sbaglia indirizzo.

Se consegni direttamente, devi organizzare anche quello. Se affidi la consegna a un servizio esterno, devi comunque pagarla.

Il confronto corretto è tra due sistemi completi.

Quanto costa acquisire un ordine attraverso la piattaforma? Quanto costa acquisirlo e gestirlo direttamente? E cosa succede dal secondo acquisto in avanti?

È qui che un rapporto diretto può diventare interessante. Se una persona ti conosce, si trova bene e sa come tornare, potresti non dover sostenere ogni volta lo stesso sforzo per raggiungerla.

Potresti, appunto. Va misurato.

Un canale diretto con pochi ordini e costi fissi elevati può essere meno conveniente di quanto sembri. Va costruito sulla dimensione reale del locale.

Un database serve se ti aiuta a far tornare qualcuno

Database proprietario sembra una cosa da grandi catene. In realtà il punto è molto semplice.

Hai un modo per rimanere in contatto con le persone che desiderano ricevere notizie dal tuo ristorante?

Un cliente viene a cena, apprezza il locale e poi sparisce. Un altro ritira l’asporto ogni venerdì e tu non hai mai costruito un rapporto oltre lo scontrino.

Ogni volta si riparte da zero.

Il contatto diretto può nascere in sala, sul sito o attraverso un’iniziativa del locale a cui la persona sceglie di aderire. La raccolta va impostata con informazioni chiare e le autorizzazioni necessarie all’uso previsto. Un recapito ricevuto per gestire un ordine non diventa automaticamente un contatto promozionale.

Ma avere degli indirizzi non basta. Devi dare alle persone un motivo per rimanere.

Può essere una novità che interessa davvero, una proposta per il pranzo, un vantaggio sul ritiro o l’accesso anticipato a una serata.

Se invece raccogli mille contatti e mandi soltanto volantini digitali, hai trasferito online la pubblicità che la gente butta dal parabrezza.

La relazione si costruisce anche scegliendo quando non scrivere.

Se ordinare da te è complicato, il cliente torna dove fa prima

Immagina di aver convinto qualcuno a cercarti direttamente.

Apre il sito e trova il menu in un PDF vecchio. Non capisce se consegni a casa sua. Per ordinare deve telefonare. Chiama durante il servizio e nessuno risponde.

Poi apre l’app e risolve.

In quel momento la convenienza del canale diretto, per lui, non esiste.

Il riordino deve essere semplice da telefono, con disponibilità aggiornate, prezzi comprensibili, tempi realistici e conferma chiara. Se c’è un problema, deve sapere come risolverlo.

Anche il ritiro può essere un punto di partenza sensato. Un cliente del quartiere che passa a prendere la cena ha esigenze diverse da chi vuole tutto a domicilio.

Non serve replicare ogni funzione delle grandi piattaforme. Serve far funzionare bene il servizio che prometti.

Se dichiari ritiro alle 20.15 e fai aspettare fino alle 20.50, il problema non è il marketing.

La fedeltà non può dipendere sempre dal prossimo sconto

Molti locali trattano il cliente abituale come una persona da riconquistare continuamente con un ribasso.

Sconto sul primo ordine. Sconto sul secondo. Un altro codice perché altrimenti non torna.

A un certo punto bisogna chiedersi cosa stia comprando davvero. Il tuo prodotto o l’offerta del momento?

Un vantaggio economico può aiutare. Ma deve stare dentro un’esperienza che vale anche quando la promozione finisce.

Un ordine ricordato, una confezione curata, una personalizzazione utile, un ritiro puntuale possono contare. Dipende dalla clientela e dal format.

La domanda pratica è quale motivo concreto dai a quella persona per sceglierti di nuovo.

Se l’unica risposta è costare meno, il rapporto rimane esposto a chi farà lo sconto successivo.

Usare le piattaforme senza consegnare loro tutto

Per un locale può avere senso utilizzare più canali, ciascuno con una funzione e un conto economico.

Le piattaforme possono aiutare a intercettare domanda e farsi conoscere. Il canale diretto può servire chi cerca già il brand. La sala e il ritiro possono rafforzare il rapporto con chi vive o lavora in zona.

I pesi cambiano da attività ad attività. Non esiste una percentuale magica di ordini diretti che rende tutti indipendenti.

Esistono però domande a cui un gestore dovrebbe saper rispondere.

Quanti clienti tornano? Quanti cercano il locale per nome? Quanto lascia ciascun canale? Quale servizio riesci a sostenere senza peggiorare gli altri?

Sono risposte più utili del solo totale degli ordini.

La classifica di ottobre mette Deliveroo davanti a Just Eat e Glovo nella popolarità dei siti del comparto alimentare. Non misura la dipendenza del tuo ristorante. Quella devi valutarla tu.

E comincia da una domanda molto concreta.

Se domani arrivassero meno ordini dalla piattaforma, quante persone saprebbero dove trovarti e avrebbero un motivo per farlo?

Perché dopo cento pizze vendute dovrebbero rimanere anche persone che si ricordano il tuo nome.

Altrimenti hai lavorato cento volte, ma alla prossima cena devi ancora aspettare che qualcuno ti rimetta in vetrina.

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Mi occupo di consulenza nel mondo della ristorazione da oltre dieci anni, affiancando ristoratori e imprenditori food nella costruzione di format solidi e scalabili.
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