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Starbucks potrebbe comprare Chipotle. Ma chi salva Starbucks?

Starbucks potrebbe comprare Chipotle e Brian Niccol potrebbe ritrovarsi a guidare anche l’azienda che aveva lasciato per andare a rilanciare quella nuova.
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Michael Seveso Tomasini
Michael Seveso Tomasini
Tempo di lettura
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6 min
6 min

Starbucks potrebbe comprare Chipotle e Brian Niccol potrebbe ritrovarsi a guidare anche l’azienda che aveva lasciato per andare a rilanciare quella nuova.

Un intreccio perfetto per fare rumore. Molto meno semplice da far funzionare nei conti.

Qui il punto è capire se comprare un altro gigante della ristorazione aiuti davvero a sistemare il proprio. Perché quando un’azienda deve ritrovare efficienza, identità e marginalità, aggiungere un secondo universo operativo può essere una grande intuizione. Oppure il modo più costoso per complicarsi la vita.

L’8 ottobre Reuters, riprendendo il Financial Times, ha riportato che Starbucks avrebbe lavorato con consulenti a una possibile acquisizione. Nessuna offerta è stata annunciata. Starbucks ha ribadito il focus sul proprio rilancio senza commentare l’indiscrezione. Chipotle non ha risposto a Reuters. A fine giornata valeva in Borsa circa 41 miliardi di dollari. Niccol l’aveva guidata prima di passare a Starbucks nel 2024.

Secondo il Financial Times, se realizzata, sarebbe la più grande aggregazione nella storia della ristorazione.

Che cosa comprerebbe davvero Starbucks?

Quando guardo un’acquisizione nel food, parto sempre da qui. L’insegna è la parte visibile. Sotto ci sono clienti, abitudini, persone, processi, contratti e capacità di produrre cassa. Sono questi elementi che devono giustificare il prezzo.

Comprare una catena significa assumersi la responsabilità di farla funzionare ogni giorno. Anche quando manca personale, il fornitore cambia condizioni e il cliente decide che quel pranzo costa troppo.

Nel caso Starbucks e Chipotle, la mia lettura è questa. La complementarità esiste, ma va dimostrata sul campo. Non basta disegnarla in una presentazione.

Un caffè al mattino e una bowl a pranzo possono appartenere alla giornata della stessa persona. Avere entrambi i marchi potrebbe permettere al gruppo di intercettare più occasioni di consumo e conoscere meglio come si muove quel cliente.

Se quella persona comprava già da entrambi, l’acquisizione cambia chi incassa i risultati. Per creare valore aggiuntivo devi aumentare la frequenza, migliorare il margine o rendere più efficiente il capitale investito. E devi farlo abbastanza da ripagare l’operazione.

Qui entrano in gioco i programmi fedeltà.

Immaginiamo, come possibilità da valutare, un’offerta che accompagni il cliente dalla colazione al pranzo. Oppure promozioni mirate su fasce orarie, quartieri e abitudini reali. Un gruppo con più punti di contatto potrebbe sperimentare queste iniziative con maggiore precisione.

Ma il dato utile non è quanti account riesci a mettere insieme. È quanto margine aggiuntivo produci dopo gli sconti e i costi della campagna.

Se regali un vantaggio a chi avrebbe comprato comunque, stai finanziando un comportamento che esisteva già. Se invece convinci qualcuno a tornare più spesso senza impoverire lo scontrino, allora hai costruito qualcosa.

La differenza sembra piccola. Nei conti può diventare enorme.

Poi ci sono gli immobili. E qui, per chi sviluppa locali, la faccenda diventa ancora più concreta.

La conoscenza di un mercato, i rapporti con i proprietari e la capacità di leggere i flussi possono aiutare una seconda insegna a scegliere meglio. Ma un indirizzo adatto a una caffetteria non è automaticamente adatto a un ristorante.

Cambiano gli impianti, gli spazi di preparazione, il magazzino, le consegne e il peso delle diverse fasce orarie. Cambia soprattutto il motivo per cui il cliente deve fermarsi proprio lì.

Quando lavoro sul posizionamento di un locale, non mi basta sapere quanta gente passa. Voglio capire chi passa, a che ora, con quale esigenza e quanto è disposto a spendere per risolverla.

Una posizione può essere eccezionale per intercettare il tragitto verso l’ufficio e mediocre per sostenere un servizio pranzo. Oppure funzionare benissimo a mezzogiorno e svuotarsi nel pomeriggio.

La possibile sinergia immobiliare sarebbe nella qualità delle decisioni, nella velocità di sviluppo e negli errori evitati. Va misurata lì. Non nel numero di insegne che riesci a mettere sulla stessa mappa.

Anche sugli acquisti serve meno entusiasmo e più dettaglio.

Un gruppo più grande potrebbe trattare meglio alcune forniture comuni, servizi tecnologici o contratti. È una possibilità sensata da studiare. Però una macchina operativa centrata sulle bevande e una centrata sulla preparazione dei pasti hanno esigenze diverse.

Non puoi sommare tutti i volumi e applicare uno sconto teorico all’intera spesa. Devi verificare quali categorie siano davvero compatibili e quanto costi renderle tali.

Se per risparmiare cambi una materia prima che il cliente riconosce, il beneficio potrebbe sparire insieme alla sua fiducia. Se centralizzi un processo e rallenti i locali, il risparmio amministrativo può trasformarsi in un costo operativo.

La domanda giusta è quanto rimane del vantaggio dopo aver pagato integrazione, complessità e possibili effetti sul servizio.

Per me, però, il rischio più delicato riguarda l’attenzione della dirigenza.

Un’acquisizione di queste dimensioni assorbe tempo prima ancora di assorbire capitale. Servono valutazioni, negoziazioni, verifiche, una struttura finanziaria e un progetto di governo del gruppo. Dopo la firma comincia il lavoro più difficile.

Chi decide gli investimenti? Chi risponde dei risultati? Quali funzioni condividi? Quali lasci autonome? Come eviti che i manager passino più tempo a coordinarsi che a migliorare i ristoranti?

Ogni ora dedicata a queste decisioni ha un costo di opportunità. È un’ora che non viene dedicata a un altro problema.

Per questo il fatto che Niccol conosca Chipotle rappresenta un vantaggio, ma non basta a giustificare l’operazione. Conoscere bene un’azienda può ridurre alcune incertezze. Non elimina il prezzo da pagare e non moltiplica il tempo disponibile.

Non sappiamo quali siano le sue motivazioni personali. La valutazione deve restare sul progetto industriale e sui risultati attesi.

E poi c’è il conto.

La capitalizzazione di Borsa non coincide automaticamente con il prezzo finale di un’acquisizione. Il corrispettivo dipenderebbe dall’offerta, dall’eventuale premio, dalla struttura e dalle condizioni concordate.

Per capire l’ordine di grandezza faccio un esempio puramente illustrativo, senza attribuirlo a Starbucks. Su un investimento ipotetico di 40 miliardi di dollari, un rendimento annuo dell’8 per cento equivale a 3,2 miliardi.

Non è una stima del risultato necessario per questa specifica operazione. È un modo per capire quanto diventa impegnativa la domanda quando il capitale in gioco è enorme.

Non bastano qualche contratto migliore e una campagna fedeltà ben riuscita. Devi spiegare quali flussi economici sostengano il prezzo e quali benefici aggiuntivi derivino dall’essere insieme.

Soprattutto devi distinguere ciò che Chipotle potrebbe ottenere da sola da ciò che diventerebbe possibile grazie a Starbucks. Altrimenti rischi di pagare come sinergia una crescita che apparteneva già all’azienda acquistata.

È qui che cercherei la parte più convincente del progetto. Accesso a nuovi mercati, competenze condivise, sviluppo più efficace. Ma per ogni promessa vorrei vedere tempi, investimenti, responsabilità e ritorni attesi.

L’espansione internazionale, per esempio, non diventa redditizia solo perché qualcuno conosce già quel Paese. Devi verificare domanda, prezzo accettabile, disponibilità delle materie prime e sostenibilità del singolo locale.

Un contatto ti apre una porta. Un modello economico valido ti permette di restare aperto.

E questa storia riguarda anche chi ha tre ristoranti e sta pensando di comprarne un quarto.

La scala cambia. La tentazione è simile. Cercare nella crescita una soluzione ai problemi che esistono già.

Prima di allargarti devi sapere dove guadagni, cosa ti rallenta e quali processi reggono senza il tuo intervento continuo. Altrimenti il nuovo locale eredita le fragilità degli altri e aggiunge le proprie.

Su Starbucks e Chipotle il mio giudizio rimane aperto. Una proposta concreta potrebbe contenere elementi che oggi non conosciamo. Ma per convincermi dovrebbe dimostrare che il valore creato supera prezzo, costi e distrazione manageriale.

Il titolo della più grande operazione della ristorazione dura un giorno. Il conto di un’acquisizione sbagliata dura anni.

Brian Niccol potrebbe ritrovarsi alla guida di due marchi enormi. La domanda decisiva è se sotto la stessa proprietà saprebbero produrre risultati migliori di quelli che potrebbero ottenere separatamente.

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Mi occupo di consulenza nel mondo della ristorazione da oltre dieci anni, affiancando ristoratori e imprenditori food nella costruzione di format solidi e scalabili.
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